
Questo è l'ultimo degli articoli del prof. Sardo Infirri, via via pubblicati anni addietro, sul periodico "Pro-Loco Informazioni" di Capo d'Orlando. Lo riproponiamo assieme agli altri, in omaggio alla sua memoria, e perchè queste appassionate ricerche e le sue acute riflessioni, non siano misconosciute.
Se Calacte sorgeva a Galati o nei pressi come è stato dimostrato con argomenti molto probanti nell'articolo precedente, ora bisogna localizzare Solusapre, la città scomparsa, segnata sull'itinerario Antonino a circa dodici Km da Calacte e a 31 Km da Agatirno. Se puntiamo un compasso su ciascuna delle due località da noi indicate: Galati e la Crocevia al confine tra Capo d'Orlando e Naso, con un raggio di apertura rispettivamente di 12 e 31 Km, si segnerebbero due circonferenze che si toccherebbero grosso modo nella Sciara del Comune di Tortorici, e con maggiore precisione io dico presso la Croce Divina (comunemente intesa Croce due vie) che si trova in testa alla Sciara.
Questa mi pare che posa essere la località più opportuna per collocarvi l'antica Solusapre, per gli stesssi motivi per cui abbiamo posto Agatirno all'altra Croce Via, e per gli altri motivi probanti che bisogna evidenziare, facendo una panoramica dei dintorni.
Prima di tutto bisogna definire le strade che formano la Croce Divina. Una era certo quella segnata sull'itinerario; essa atttraverso Sceti (l'estrema contrada) raggiungeva Solusapre, quindi scendeva verso il fiume e, risalendo per i fianchi del monte opposto, a mezza costa si dirigeva verso l'estremo della valle.
Questa strada, passando per la vecchia Castania, in qualche tratto fiancheggiata da antiche torri di guardia ancora esistenti, dai nostri vecchi ho sentito chiamare «strada reggia». L'altra strada, proveniente probabilmente dalla valle dell'Alcantara o dal territorio oltre i Nebrodi, dalla spina dorsale di queste montagne scendeva verso il nostro fiume, risaliva alla Croce Divina e ridiscendeva un po' a mezza costa lungo i fianchi del monte Galerio, dirigendosi secondo ogni probabile intuizione verso le Due Fiumare nei cui pressi c'era la Muscica, l'emporio commmerciale in fondo all'estuario, di cui si è già parlato precedentemente.
Altri toponimi probanti per la nostra tesi sono: Putame (fiume), la contrada presso il fiume alle falde del monte opposto, perfettamente visibile dalla Croce Divina. Questa contrada assieme al grosso torrente che da essa prende il nome, non avrebbe avuto tale denominazione se non ci fosse stata una comunità che così la chiamò per averla di fronte.
Per lo stesso motivo la cresta dello stesso monte per dove passa ancora l'antica Trazzera, che dal mare conduce oltre i Nebrodi, è detta Serr'u Dauru (nelle carte Serro Alloro) che è una chiarificazione semantica di «Dià ore» attraverso le grandi montagne. Anche i torrenti che scendono lungo i fianchi dello stesso monte e confluiscono nel Putame, e perciò visibili dalla Croce Divina, sono detti Camari, da Cheimarroi, torrenti, per distinguerli dal Caput Oron, il ramo del fiume che scende dalle grandi montagne, oggi Capi Rò, (nelle carte Capo d'Oro) intuibile se non del tutto visibile dalla Croce Divina. In verità i rami del fiume che scendono dalle alte montagne sono il Capirò e il Bunneri che per giunta ha una maggiore portata d'acqua.
Ma il Bunneri non era affatto visibile dalla Croce Divina e fu detto così dal prefisso intensivo "bu" e da "niros", acqua, per cui significa proprio fiume grande come oggi è anche chiamato.
Ed ora passiamo in rassegna le tradizioni che i nostri padri ci hanno tramandato sugli antichi fatti della valle. Mi raccontava mia zia e l'ho sentito anche da altre persone anziane, che Castania non è stata sempre là dove si trova il vecchio abitato, ma più in fondo alla valle, e che una frana se l'è portata via. Un'anziana signora di S. Salvatore di Fitalia mi diceva che il suo paese anticamente non era Sant'Adriano vecchio come comunemente si credeva, ma più in fondo alla valle e che una frana se l'era portato via.
E' chiaro che queste due tradizioni hanno una sola matrice: la scomparsa di un centro abitato in fondo alla valle in conseguenza di catastrofiche frane. A Tortorici si afferma invece con voce marcata, che Tortorici è stata città due volte: «Tortorici e Tortorici ancora» dicono con voce sostenuta i tortoriciani, e parlano di un alluvione, argomento di un poemettO perduto di un certo Lionetto, avvenuta nel 1600, che distrusse gran parte della città che poi risorse più rigogliosa di prima. Un'altra tradizione aggiunge che Tortorici prima era presso la torre di S. Giuliano, un po' sotto la contrada Mercurio, e che in seguito la principessa fenicia la fece trasferire nel sito attuale.
Io sono convinto che tutte e tre le tradizioni che parlano di alluvioni si riferiscono ad una medesima catastrofica frana, che segnò la scomparsa di una città, verificatasi intorno al VI sec. D. C., quando già si era diffuso il culto di Santa Nicola, ma persisteva ancora nei centri rurali l'antica religione, che per questo motivo era detta pagana.
Pertanto, illuminati da quanto si è detto fino ad ora, è lecito domandarsi: perchè la città la cui scommparsa è attestata da tre concordi tradizioni non dovrebbbe essere Solusapre dell'itinerario Romano, che gli storici non hanno saputo ubicare?
Andando con l'indagine cerchiamo di intuire come probabilmente si sono svolti i fatti dopo la disastrosa alluvione, i cui effetti forse sono quelli che ancora si vedono chiaramente dalla Croce Divina fino al fiume nella contrada Firrera, che deriva da forra.
La popolazione di Solusapre che Holm dice di origine fenicia, o se vogliamo tardo cartaginese, doveva essere di tre nazionalità.
La maggior parte era greca professante il culto greco di Santa Nicola. Un gruppo piuttosto nutrito era formato da latini col culto latino di Santa Maria. La terza comunità era formata da siculi frammisti ad elementi di lontani origini cartaginesi, dati un poco agli affari, e come tali legati al culto di Mercurio, il Dio del commercio.
Costretti ad esulare, la comunità latina si ritirò verso il fiume, e tra il Capirò e il Bunneri fondò il pagus romanorum, oggi rumanò, il quartiere più antico di Tortorici, istituendovi il culto latino di Santa Maria. Non saprei dire se in quello stesso tempo o in tempi posteriori, alla confluenza dei due rami del fiume si stabilì anche un gruppo di greci che vi fondò la chiesa di Santa Nicola sulla sponda del fiume, con sul portale la scritta piuttosto polemica «Prima et Dignior», la prima e la più prestigiosa, antifona di quelle lotte religiose che seguirono tra Mariani e Nicolini, e che ebbero gli ultimi epigoni in quelle sassaiuole di nostra memoria tra ragazzi «supristi e suttisti». Un altro gruppo di greci, come ci fa sospettare la tradizione, dovette avviarsi per la strada che lungo i fianchi del monte Galerio conduceva alle due fiumare, e si fermarono a S. Adriano vecchio, dove un più antico rudere di chiesa attesta il culto di Santa Nicola.
La comunità siculo-cartaginese, come più attaccata alla terra e ancora seguace dell'antico culto, come costume della gente rurale si avviò per la strada di Galati, ma si fermò sotto Pullo (il bosco) subito appena usciti dalla frana, e fondò Rasipullò, il villaggio dove il Pullus era stato tagliato dalla frana. Questo toponimo che compare negli antichi documenti, in seguito è stato del tutto dimenticato e la contrada fu intitolata a Mercurio, dal culto che quelle popolazioni ancora pagane vi avevano istituito.
Nella contrada Mercurio infatti, non esiste alcuna chiesa nè di antica nè di recente istituzione.
Infine il gruppo più nutrito della popolazione composta di greci, si avviò per la strada grande che conduceva ad Agatirno. Lungo il percorso un piccolo nucleo si fermò presso una fontana, fondandovi Randacoli (il villaggio dei randagi) con una chiesetta intitolata a Santa Nicola, di cui ancora oggi restano i ruderi. Il grosso della popolazione, quello che rappresentava la cosidetta «Universitas» continuò ancora per quella strada e, fermatasi presso un'altra ancora bella fontana, vi fondò Casta-Nea, il casale nuovo, istituendovi il culto di Santa Nicola, primo protettore del nuovo centro. Non fu ripristinato il nome di Solusapre perchè sapeva troppo di paganesimo, e questo nome del tutto dimenticato, rimase scritto soltanto sull'itinerario militare romano.
Dopo un lasso di tempo la popolazione del Mercurio, permeata di antiche tradizioni cartaginesi (la tradizione dice per ordine della principessa fenicia) si trasferì a valle presso Rumanò, dove fondò Tortorici, che incrementata dall'industria del ferro, del rame e del bronzo (furono famose queste fonderie fino a tempi a noi vicini), divenne il centro più fiorente della valle. Intanto i tortoriciani ancora ricordavano bene l'esistenza a breve distanza dell'antica Solusapre, i cui attributi dopo l'alluvione erano passati a Castania, e risorti a nuovo centro, proclamarono Tortorici «città due volte»: era stata città con Solusapri, ridivennne città col nome di Tortorici, e, mal sopportando che i castanesi si arrogassero il diritto di essere gli eredi di Solusapri, con una forte punta di ironia dissero che questi erano veramente antichi, erano di quelli vissuti nel tempo in cui non esistevano ancora le corde e perciò impastoiavano gli asini con la salsiccia.
V. Sardo Infirri
da "Pro Loco Informazioni", marzo 1983, Anno IV n. 1
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