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   martedì 26 dicembre 2006

Realtà geografica della valle
di Fitalia nel mondo antico
   
da staff
Fonte: V. Sardo Infirri

La valle di Fitalia è attraversata dai due fiumi che scendono uno dal territorio di Tortorici e l'altro dal territorio di Longi e di Galati, e, unendosi alle Due Fiumare, formano lo Zappulla, che va a sboccare nel Tirreno.

Fitalé, da «fiutalié», (terra verde coltivata specialmente a vigneti ed uliveti) è il nome specifico del vasto territorio alla confluenza dei due fiumi, che a sua volta si suddivide in diverse contrade.

Zappulla, da «dià fiulla», significa attraverso il bosco. Il bosco era detto di «Pentachori», da «pente choorai», le cinque zone in cui era suddiviso da altrettanti torrenti. Esso, dal torrente Suriace, ai confini tra Naso e Castell'Umberto, si estendeva fino al mare ed il nome è ancora ricordato dalla contrada Pintechira in esso contenuta.

Allo sbocco dello Zappulla dalla valle nella pianura, sulla sponda destra si erge maestoso e solitario, distinguendosi dai numerosi cocuzzoli che stanno alle sue spalle, il poggio del Mocco, rinomato nei dintorni.

Mocco è la traduzione letterale siciliana di «muchòs» (luogo nascosto) che tra le altre accezioni, come già si è detto altrove, significa anche «lingua di mare» che si interna profondamente nella terra.

Quindi anche qui c'è la chiara testimonianza di un estuario che si estendeva attraverso il bosco di cui sopra. Fin dove arrivava l'estuario? Si leggeva in un antico documento notarile redatto intorno al 1300 e ricordato da Mons. Domenico Vassallo, autore di una monografia sulla vecchia Castania, che c'era nella valle un casale detto Muscica, che nessuno mai ha saputo ubicare. Io ho intuito subito che Muscica, da Muchicà, doveva essere stata la terra abitata in fondo all'estuario, fin dove esso era navigabile, per l’interesse commerciale che ne derivava. Perciò sono andato a cercarla nei pressi delle Due Fiumare, dove ancora oggi confluiscono diverse tra le più importanti antiche trazzere della valle.

L’indagine piuttosto laboriosa fu alfine risolta dal Sig. Tano Reale, pratico della zona, il quale, interpellato da me, mi disse che in quei paraggi Muscica non esisteva, ma che c'era una località dal nome curioso: il giardino della «Picciuca». Sono andato a controllare: il giardino della Picciuca è in una insenatura del monte quasi al livello del greto del fiume, all’inizio della salita per S. Basilio, non molto distante dalla confluenza delle Due Fiumare.

La soluzione non mi è stata difficile: Muscica è di tradizione nasitana dove la “c” è spesso pronunziata cedigliata (ç), quasi “sc”, mentre nel resto della valle si pronunzia “c”. come nel verbo «ammucciari» (nascondere) che deriva dallo stesso vocabolo muchòs, (luogo nascosto). In Picciuca la “m” di Muscica è diventata “p”, Puccica, e poi per metatesi, come in “cacocciuli” e “cacciofuli” si è avuto Picciuca.

Non c'è dubbio quindi che il casale Muscica, da me cercato, dove sono riuscito a trovarlo anche se col nome un po' alterato, segnasse la fine dell’estuario e che col tempo è del tutto scomparso sotto i detriti lasciati dalle alluvioni, avvenute specialmente in questi ultimi secoli che lentamente hanno cambiato il volto della valle, cancellandone anche il ricordo.

A questo punto dobbiamo fermarci un poco per fare delle considerazioni sul tratto della costa settentrionale sicula tra Brolo e Sant'Agata di Militello che è stata e sarà ancora in parte oggetto di queste indagini. Come si è visto, è un tratto di costa ricca di insenature, con un profondo estuario sulla foce del fiume di Naso, con un altro non meno profondo sulla foce dello Zappulla ed ancora un altro probabilmente sulla foce del Rosmarino, come cercherò di dimostrare in altra sede. Quindi penso che non ci poteva essere costa più bella di questa per la Calè Actè (bella costa) che Ducezio promise ai suoi compagni colonizzatori e che il Cluverio pose a Caronia, mentre il compianto Gaetano Drago, con buone argomentazioni ha cercato di dimostrare trattarsi di Galati.
Ma il discorso del Drago, in verità un pochino polemico, mi sembra anche un po' troncato in asso perché trascura una notizia che forse è quella che taglia la testa al toro per una inequivocabile dimostrazione della sua tesi.

Come si è visto c’era qui un estuario che accorciava di circa sette chilometri la distanza dal mare. Nella Piana di Capo d’Orlando c’è la contrada di Sangari che probabilmente significa terra di pescatori, col casaleno fino a qualche anno fa della chiesa della Ronca, la chiesa dei marinai, la più antica di Capo d’Orlando, di cui si è già parlato; pescoso doveva essere anche l’estuario, facile rifugio ai pescatori.
Perché dunque non dovrebbe essere questa la Piscosa Calacte degli antichi?
Ed il pesce che si pescava, c’è dubbio che dovesse finire in massima parte a Calacte che era il più grosso centro della valle?

Col tempo il mare si ritira gradatamente senza lasciare traccia nel ricordo di queste popolazioni; sorgono altri centri abitati ed il pesce non arriva più nell’antica sede, ma resta nella valle la tradizione permeata d’ironia della sardella di Galati coltivata «ntô chianu di pireri».

V. Sardo Infirri
da "Pro Loco Informazioni", novembre 1981, Anno II n. 11

 



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