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   giovedì 5 agosto 2004

Sviluppo turistico e qualità del territorio    
da Arch. Salvatore Sidoti Migliore

Capo dOrlando: tramonto sulle case alla marina

Leggo in rete su vari siti locali, un articolo di W. Castro, giornalista, persona che non conosco direttamente, ma di cui apprezzo il modo di scrivere, il tono serio e garbato, lo stile.
Mi colpisce un passaggio, e mi dà lo spunto per tentare di mettere a fuoco un problema su cui da tempo mi vado interrogando. Scrive:

"... Capo d'Orlando, la "Perla del Tirreno" cos'è diventata da qualche anno a questa parte? Una jungla, nè più, nè meno. Alla faccia di Gino Paoli che qui scrisse "Sapore di Sale". Oggi, andando in auto a S. Gregorio, di certo scriverebbe "sapore di nevrosi, smog, contravvenzioni e caos". Complimenti, complimenti vivissimi a tutti voi che dite di amare questo paese, ..."

Osservazioni puntuali, condivisibili e corrette. Ciò che trovo stonato - mi permetto tuttavia di annotare - è la sottile ironia accusatoria e quasi sarcastica, affidata ai doppi "complimenti" finali. Comprendo il lodevole disappunto che - mi creda l'autore cui va del resto la mia simpatia - è anche mio e di ogni autentico orlandino! E però non serve, non serve proprio a nessuno nè l'ironia nè il disappunto, mentre ciò che servirebbe è ancora "capire", capire il perchè ciò sia potuto succedere; e soprattutto “perché” continui a succedere, che la qualità urbana e del territorio ceda il posto ad un degrado progressivo.

E riflettendoci sù, per "capire", potrebbe capitare di accorgerci ad esempio, che questo nostro rammarico dolente e sarcastico (confesso così che a volte ne resto preso anch’io!), per una situazione da cui implicitamente ci tiriamo fuori e chiamamo altri a rispondere, stride e fa a pugni anzi, con il diffuso lamento per i bassi flussi turistici, con l'invocazione di maggiori misure di sviluppo (ormai è quasi un articolo di fede ripetuto in ogni occasione!) di cui in giro si fa un gran parlare ed anche nell'articolo citato traspare un cenno.

Lasciando ai margini in questa sede, le considerazioni sui caratteri e lo stato delle politiche urbanistiche del territorio, la domanda che alla fine dobbiamo porci e che finora è stata sempre elusa, sinteticamente penso sia questa:

"Posto un territorio ben delimitato e con un dato equilibrio di qualità (che bella la Capo d'Orlando dei libri di Tano Cuva! ad esempio), è praticabile una politica di incremento dei flussi turistici sullo stesso, senza che ciò alteri e distrugga quel dato equilibrio che lo rende turisticamente appetibile?"

Molti pensano di sì e, in modo disinvolto e sicuro, continuano a richiedere sia maggiore sviluppo turistico, sia la preservazione della qualità ambientale: ed avrebbero pure ragione, se non fosse che assumono le due istanze separatamente - come tali appaiono ai loro occhi - col risultato che attenzioni ed interventi vengono sollecitati e puntano ora sull’una ora sull’altra.

Io credo sia giunto il momento di smascherare l’ingannevolezza di tale diffuso modo di vedere - che, se ancora perpetuato, ci porterà ad altre situazioni disastrose per l’economia e per il territorio - e di sostituirlo con una coscienza più lucida dei nessi, delle rifluenze e degli equilibri imprescindibili che legano le due istanze, tali da richiedere una loro assunzione e progettazione unitaria.

Se non matura in tempi brevi questa nuova consapevolezza, il dissidio fra qualità ambientale del territorio e sviluppo turistico (ma si potrebbe estendere alle attività economiche in generale), sarà destinato a crescere e manifestarsi in forme sempre più aspre e devastanti.

Sul piano concreto la loro coesistenza non è conseguibile a mio avviso, senza l'accettazione e l'introduzione di una soglia di equilibrio – pur dinamico - su cui far giocare l'incontro fra qualità e quantità. Non è compito che attenga soltanto ai politici ed agli amministratori (che pur hanno le loro grandi responsabilità, figurarsi se sia io a negarle!): occorre anche il supporto di una cosciente elaborazione e maturazione culturale, che deve attraversare tutta la società orlandina, ed in primo luogo sia sospinta dalle sue parti più sensibili ed avanzate.

La questione è comunque molto più complessa del decidere un'attribuzione di responsabilità, di competenza o di iniziativa, e andrebbe fatta oggetto di ulteriori analisi, studi, approfondimenti e numerose discussioni.

E' su questo banco di prova tuttavia, che, al punto in cui siamo, si gioca oggi a mio avviso - ed ogni giorno che passa è sempre più tardi – gran parte del futuro di Capo d'Orlando. E' questo il nodo - e la sfida ad un tempo - che una classe politica attenta e sensibile dovrebbe affrontare, e cercare coraggiosamente di risolvere: perché non aprirsi ad una riflessione globale? stimolare i contributi che potrebbero venire dalla società? non cedere a pressioni ed interessi settoriali, che spingono a percorrere sentieri vecchi ed appassiti di pseudo-sviluppo economico-turistico, sui quali in fondo - volgendoci indietro - rischiamo di non vedere che cenere?

Quel che mi sembra impossibile poiché palesemente insensato, è che noi si possa ancora proseguire a cuor leggero, senza consapevolezza di dover governare le due istanze – economia turistica e qualità del territorio – e di doverle comporre in equilibrio unitario. Se lasciamo che la prima istanza proceda ancora in autonomia e separatamente dall’altra, col passo agile e sciolto che le è proprio e la forza dirompente dei suoi ritmi, non avremo più modo di salvare né l’una né l’altra.

Su questa necessità vitale siamo ancora all’anno zero: che si aspetta di più?
La storia degli anni '60 e '70, particolarmente, dovrebbe insegnare!

Basta voltarsi indietro, prima di altri passi in avanti.
Se poi non si vuol guardare …



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